Giulia Tomai, dalle bambine ribelli ad Anne Frank

I suoi ritratti illustrati di Agatha Christie, Ruby Nell Bridges, Samantha Cristoforetti e Selda Bagcan racchiusi tra le pagine di Storie della buonanotte per bambine ribelli 2 hanno raggiunto le librerie dei lettori di tutto il mondo, e dallo scorso novembre le sue illustrazioni arricchiscono un’edizione preziosa del Diario di Anne Frank curata da Guia Risari. Ecco cosa ci ha raccontato Giulia Tomai sul suo rapporto con il Diario, sulla nascita delle illustrazioni e sul disegno!

Le tue illustrazioni arricchiscono una nuova edizione del Diario di Anne Frank, una delle testimonianze più importanti della Shoah. Qual è il tuo rapporto con questo libro? Lo hai letto da bambina, o lo hai scoperto da adulta?

Ho letto il Diario alle medie e ricordo che mi colpì moltissimo. A quell’età degli orrori della seconda guerra mondiale avevo sentito parlare solo in maniera sommaria e avevo una grande confusione in testa. La lettura della storia di Anne è stata un’esperienza molto intensa, emotivamente parlando. Quando poi Mondadori mi ha chiesto di illustrare il libro ho deciso di rileggerlo, visto che erano passati tanti anni dalla prima volta. L’ho apprezzato ancora di più oggi rispetto a quanto non avessi già fatto all’epoca. È un testo che presenta tante chiavi di lettura. Credo possa essere apprezzato, in modo diverso, a qualunque età.

Raccontaci come sono nate le tavole del Diario, dalla scelta dei colori a quella dei momenti della storia da rappresentare.

La decisione di utilizzare solamente due colori è stata presa dalla casa editrice per esigenze di stampa. A me hanno chiesto di scegliere quali. Io ho utilizzato il nero (un non-colore assoluto e grave) e un rosa corallo (più giocoso, leggero). Ho pensato che il contrasto fra i due potesse restituire al lettore i grandi contrasti che vengono descritti nel libro. La reclusione e la libertà, il fuori e il dentro, la guerra e la vita, la tristezza e la gioia, la solitudine e l’affollamento, l’odio e l’amore. Molti sono anche i contrasti che definiscono proprio la personalità di Anne. È in bilico tra l’infanzia e l’età adulta, capace di grandissima introspezione così come di frivolezza, slanci d’amore e di affetto ma anche recriminazioni e astio. Un personaggio profondissimo, ma al tempo stesso leggero. Riguardo la scelta dei momenti da rappresentare, la casa editrice mi ha lasciato molta libertà. Semplicemente, ho selezionato quelli che offrivano maggiori spunti emotivi e immaginifici.

Le tue tavole sono state selezionate per la mostra e il catalogo della Society of Illustrators di New York. Devi essere al settimo cielo! Ci racconti qualcosa di più?

Ogni anno la Society Of Illustrators di New York organizza un concorso per illustratori a livello mondiale. Una giuria di professionisti del settore seleziona i lavori che ritiene essere i più meritevoli di quell’anno. In palio, per chi viene selezionato, c’è la possibilità di avere le proprie illustrazioni in mostra nella sede della Society a New York. Inoltre, la SOI si occupa di stampare un catalogo di questa mostra. Ho partecipato al concorso l’anno scorso per la prima volta, e i ritratti che avevo realizzato per il volume “Storie della buonanotte per Bambine ribelli 2” sono stati selezionati. Quest’anno ho inviato alcune delle illustrazioni del Diario di Anne Frank e sono molto contenta di essere stata selezionata di nuovo!

Aggiornamento: le illustrazioni di Giulia Tomai per quest’edizione del diario di Anna Frank sono state selezionate dalla Society of Illustrators, dall’American Illustration, da Communication Arts (la più importante rivista internazionale di comunicazione visiva) e dall’Annual Autori di Immagini in Italia. Le nostre congratulazioni a Giulia per questi traguardi!

Parliamo di illustrazioni e di tecniche preferite. Quali sono le tue?

Da un paio di anni lavoro prevalentemente in digitale utilizzando l’iPad Pro. Riesce a restituirmi un effetto molto simile al disegno a mano e velocizza tutto il processo di realizzazione e gestione dell’immagine. Prima lavoravo esclusivamente su carta con le matite colorate, che ogni tanto riprendo per tenermi un po’ in allenamento.

Che lettrice è Giulia Tomai? Hai un genere preferito? E le tue letture influenzano il tuo modo di disegnare?

Leggo molto sin da quando ero piccola! Mi piacciono generi letterari diversi, comunque soprattutto romanzi, classici e contemporanei. La lettura influenza sicuramente il mio modo di disegnare. Oltre ai vari romanzi di formazione e classici per ragazzi ai quali inevitabilmente mi trovo a fare riferimento quando lavoro a libri per bambini o adolescenti, anche i romanzi più adulti hanno creato in me degli immaginari fortissimi. A volte, inconsapevolmente o meno, li riporto nelle mie illustrazioni. Il realismo magico dei romanzi sudamericani è l’esempio più emblematico, ma ce ne sono moltissimi altri.

Molti dei nostri lettori sognano di diventare illustratori. C’è un consiglio che ti senti di dare a chi volesse intraprendere questa strada?

Sicuramente di nutrire il proprio sguardo il più possibile, andando in libreria, alle mostre, al cinema. Ma anche banalmente camminando per la città e guardandosi attorno. Sfruttare i social media per seguire tutti gli artisti che amano (non solo illustratori naturalmente, ma anche fotografi, stilisti, designer…). Provare poi a ricercare i riferimenti del passato, le fonti originali, che hanno ispirato questi artisti. Per un illustratore è molto importante avere un ampio bagaglio di riferimenti e stimoli visivi! Questi poi, una volta rielaborati e filtrati attraverso la propria sensibilità e il proprio vissuto, andranno a creare il proprio gusto visivo, il proprio senso estetico. In sostanza, il proprio occhio sul mondo.

Dal diario di viaggio di Davide Morosinotto…

È tornato in libreria con Il fiore perduto dello sciamano di K, e oggi Davide Morosinotto ci regala una pagina del diario di viaggio che ha tenuto durante il suo viaggio in Amazzonia.

Diario di viaggio – 27 aprile, Iquitos

Io e Laura ci svegliamo alle 6.30 dopo una notte dormita male, tra zanzare, caldo e gente in festa che ha cantato ininterrottamente sotto le nostre finestre dalle dieci fino a mattino. Facciamo colazione con un succo di maracuja poi ci cambiamo secondo le istruzioni che ci ha dato Lizardo ieri (vestiti tecnici, scarpe comode, acqua e anti-zanzare) e lo raggiungiamo al garage dove tiene le mountainbike. Ci obbliga anche a indossare dei caschetti, e mi sembra strano dato che qua tutti vanno in moto senza, ma tant’è. Il primo tratto in bici è cittadino, da Iquitos fino al porto di Bellavista Nanay. Una volta lì scopriamo che c’è un mercato, perciò dobbiamo scendere dalle bici e farci largo tra i venditori, che stendono le loro merci su teli per terra tra le baracche.

Vedo: frutta strana, molti pesci e gente che li sventra in mezzo alla strada, polli crudi squartati, vermi ancora vivi grossi come un pollice che saltano nelle ciotole (poi vengono presi e infilati in spiedini da fare alla brace). C’è una folla mai vista, tutti spingono, parlano, c’è musica, e l’odore mi disgusta, è acidulo, di appunto pollo crudo lasciato al caldo troppo tempo. Lizardo indica una pila di animali morti lasciati uno sull’altro sul cemento e spiega che quelli sono animali della selva, cacciati illegalmente nelle riserve e portati al mercato per essere venduti. Per queste persone sono un’importante fonte di proteine e vitamine, dato che la selva offre cacciagione, pesca, molta frutta, ma pochissime verdure. Ci avventuriamo tra passerelle di legno e imbarchiamo le bici su una canoa coperta, stretta e lunga, piena di popolo del fiume che ha finito i suoi affari in città e torna a casa.

Appena la barca si stacca dal pontile il disgusto per il mercato se ne va, arriva il vento e… il Rio delle Amazzoni. È così grande che non capisco il senso in cui scorre, sembra il mare. Le acque sono di colore diverso nel punto in cui un affluente < cercare il nome> si fonde con il rio principale. Sulla barca la gente guarda me e Laura con curiosità, sorride. Tocchiamo terra e adesso siamo nella Selva, credo di non avere mai visto tanti alberi. Non c’è un pontile, solo qualche baracca arrampicata sulla salita. Trasportiamo le bici a spalla fino in cima alla collina (pensavo fosse piatto… è tutto un saliscendi) poi ci mettiamo a pedalare. Attraversiamo il villaggio di Santa Clotilde, una decina di capanne di legno e lamiera sul pendio. Non c’è acqua corrente né elettricità, in compenso i colori sono accesi come se Dio avesse impostato il filtro fotografico dei tropici su super-vivido. Dopo Santa Clotilde siamo nella giungla, a me pare fittissima ma Lizardo spiega che in realtà quella è solo “foresta secondaria”, colonizzata e abitata. La “foresta primaria”, incontaminata, si trova a molti giorni di viaggio nell’interno.

Proseguiamo un paio d’ore fino ad arrivare alla casa di Fernando Fonseca, un poeta che si è ritirato a vivere nella Selva. Sotto una tettoia, una donna sfarina la yuca nell’acqua, mentre un uomo la cuoce sule braci per renderla farina croccante vera e propria. Ci sono due bambini, Valerio e Ailena. Fonseca è scalzo, in camicia, barba bianca e pelle arrostita dal sole. La casa dove ci accoglie è stata costruita da suo padre. Lui ha viaggiato in giro per il mondo, poi è tornato qui per allontanarsi dalla civiltà. Il suo unico svago sono i libri che legge e scrive, di notte, alla luce di una lampada a a cherosene. Non avendo la corrente, non ha neanche il telefono. Mangia quello che gli dà la foresta, prende l’acqua da una quebrada qui vicino. Laura gli chiede come si cura, lui risponde che anche per quello usa la foresta e le sue piante, e poi può chiedere aiuto a un suo amico: Mariano, uno sciamano, un brujo. Io sono sudato perso, lui mi parla di stelle e di amicizia. Il grande sogno di Fonseca è di costruire una biblioteca lì, nella foresta. Dice che le persone hanno bisogno di leggere, soprattutto i bambini, e la sera non c’è niente da fare. Ci porta a vedere il punto dove vuole costruirla, nel folto della giungla. È convinto che una volta finita ci verrà molta gente e che sia una cosa importante. Anche io, e prometto di aiutarlo. Fonseca ci invita a pranzo preparandoci uno strano bibitone di yuca, acqua, lime e zucchero. Io e Laura siamo un po’ preoccupati per l’acqua, ma Lizardo dice che dovrebbe essere bollita e poi non possiamo offendere. Beviamo.

Ci rimettiamo in bici e ci addentriamo nella foresta fino al “villaggio” successivo dove Lizardo saluta un vecchietto con un mazzo di chiavi al collo e le Converse (?). È Mariano, il brujo, lo stregone di cui ci parlava Fonseca. Accetta di parlare con noi e ci invita sotto il portico della sua capanna. C’è un’amaca che penzola e capisco che quella di Fonseca dev’essere una villa extra-lusso, da queste parti. Cominciamo con le domande a cui risponde volentieri <vedi registratore>. Racconta che una volta aveva un’anaconda come animale da compagnia, e che a volte poteva trasformarsi nel serpente e andare in giro col suo corpo per spaventare i vicini. Spero che parli in senso spirituale. Poi una pattuglia di militari un giorno ha trovato l’anaconda e l’ha uccisa per mangiarsela. Lui si è molto offeso, più che altro perché non gliene hanno dato neanche un pezzetto. Quando salutiamo Mariano siamo stanchissimi ma ci aspetta ancora parecchia strada.

Rimontiamo in bici e arriviamo a una lupuna, un albero immenso che ha più di 300 anni (cosa sempre più rara, spiega Lizardo, perché questi alberi sono molto ricercati per il legno). Proseguiamo ancora fino a uno splendido mirador, un’impalcatura di legno di tre piani che permette una vista mozzafiato sul rio delle Amazzoni. È gestito da una comunità indigena. Saliamo fino in cima, poi con Lizardo compriamo un cocco che una signora scoperchia con il machete e ci offre con una cannuccia per bere. Siamo distrutti e si è fatto molto tardi, e tutta la strada che abbiamo fatto ci aspetta per il ritorno, per fortuna Lizardo conosce una scorciatoia che permette di risparmiare qualche salita. Quando rimontiamo in barca io sono in condizioni disperate, coperto di fango, perciò durante il viaggio mi tolgo le scarpe e le sciacquo nel fiume. Mi sento quasi Indiana Jones. Adesso siamo in albergo stravolti. Forse tra un po’ aperitivo con Cayo Vasquez, lo scrittore che inseguo da mesi e che dovrebbe darmi molte informazioni utili per il libro.