La guerra di Marco – Intervista a Marco Magnone di Davide Morosinotto

In occasione del 25 aprile, abbiamo chiesto a Davide Morosinotto di intervistare Marco Magnone, in occasione del suo nuovo libro La guerra di Celeste.


Aggettivi per descrivere Marco Magnone: una persona sorridente, divertente, ironica e soprattutto autoironica.
Ci conosciamo ormai da diversi anni e mi accorgo che lo associo soprattutto a immagini positive. I suoi libri spesso si affacciano con delicatezza sul mondo interiore dei più giovani: i loro pensieri ed emozioni, le incertezze dell’adolescenza, i primi amori…

Beh, La guerra di Celeste non c’entra niente con tutto questo. È un libro affilato, mi verrebbe da dire, avventuroso. Pieno di azione e di battaglie, di caos.
Ambientato durante la Resistenza della città di Alba, parla di Celeste e di sua sorella Flora, che perdono la madre in modo tragico e decidono di partire per vendicarsi dei suoi assassini.

 

Marco, che ti è successo? Non avevi mai scritto un libro così…

In effetti è vero: La guerra di Celeste è molto speciale per me, perché chiude una fase della mia vita di scrittore iniziata nel 2018 con La mia estate Indaco. Non è un caso che i protagonisti di quel romanzo portassero il nome di due colori, Indaco appunto e Viola, mentre questa volta tocca a Celeste: che in Piemonte un secolo fa era un nome tradizionalmente maschile, io avevo uno zio che si chiamava così.

Per me questo libro chiude una fase e ne apre un’altra: sto iniziando finalmente a capire che tipo di scrittore voglio diventare, quali storie voglio scrivere.

 

Cioè storie “di movimento”, piene di azione?

Forse per la prima volta ho scritto un romanzo dove la trama prevale sui personaggi. Sai, poco tempo fa ho riletto tutti i libri di Fenoglio, che è uno dei miei scrittori preferiti, piemontese come me.

Nei suoi romanzi, ti affezioni ai personaggi non per il modo in cui vengono descritti, o per i sentimenti che provano, ma per le cose che fanno. Per le loro scelte.

Ecco, io volevo provare a fare la stessa cosa: scrivere un libro dove l’azione spinge avanti la storia, ma serve anche a farci conoscere i personaggi.

Celeste non vuole vendere ai lettori chissà quale messaggio, non pretende di convincere nessuno delle sue verità. È soltanto un ragazzino arrabbiato che si ritrova sulle spalle il peso di una sorella più piccola. E cerca di fare la cosa giusta, vuole capire qual è la cosa giusta. Come fare per diventare una brava persona.

 

Hai parlato di Beppe Fenoglio, che è uno degli scrittori più importanti del ‘900: autore di Il partigiano Johnny, I ventitre giorni della città di Alba, Una questione privata. Cioè i grandi libri che raccontano la Resistenza italiana. Nel tuo libro ho ritrovato alcuni dei suoi personaggi, e molto del suo spirito.

Ho sempre amato Fenoglio perché, secondo me, lui scrive dei romanzi western. Come i fumetti di Tex che sono quelli su cui ho imparato a leggere.

Pensaci un attimo: lui intanto sembrava proprio un cowboy piemontese, un po’ Corto Maltese e un po’ Bob Dylan. Solitario, sempre con la sigaretta in bocca, che preferiva la penombra alle luci dei riflettori…

I suoi eroi non sono per niente eroici, non hanno tempo di fare la morale a nessuno, devono cercare di salvarsi la pelle e fare quello che devono fare. Sono spesso soli. In lotta contro nemici molto più forti di loro e contro la natura, che nei western americani è magari il Grand Canyon, qui invece sono le colline delle Langhe, con la nebbia che si insinua tra i noccioli.

Pensa anche a come Fenoglio usa i nomi dei paesi, in modo epico: “Mango”, “Neive”, come fossero “Little Big Horn”.

Io sono cresciuto con questo immaginario e adesso sogno che il mio libro possa far conoscere Fenoglio a qualche ragazza o ragazzo di oggi. Magari qualcuno leggerà La guerra di Celeste e si appassionerà, e arriverà così a scoprire Il partigiano Johnny… Sarebbe bellissimo.

 

Celeste e Flora vivono in un’epoca di guerra che è anche molto confusa. Tutto cambia velocemente, non sempre si capisce cosa è giusto e cosa è sbagliato, e il loro viaggio per le colline diventa anche un viaggio dentro loro stessi. Celeste dice bugie, tradisce. Prende la pistola e spara. Fa scelte difficili.

Ogni guerra è una guerra civile, e lascia dei morti sul campo. Vittime e orfani, e alla fine sono sempre le persone che pagano il prezzo.

Celeste è un ragazzo a cui ammazzano la madre, e tutto quello che vuole fare è vendicarsi e trovare una valvola di sfogo per il suo dolore.

È una reazione estremamente umana.

Una volta Italo Calvino ha detto che era impossibile scrivere di Resitenza dopo aver letto Una questione privata di Fenoglio, che è un libro perfetto.

Allora mi sono chiesto: cosa potevo aggiungere di mio per raccontare questo momento storico fondamentale, che è già stato raccontato tante volte, e così bene?
Forse, mi sono detto, potevo provare a ribaltare la prospettiva. La mamma di Celeste è una repubblichina, collabora con i fascisti, e Celeste e Flora partono da quella visione del mondo. L’hanno ricevuta dai genitori, e quindi ci credono, e all’inizio del libro chiamano i partigiani delinquenti e banditi. Poi nel corso della storia Celeste si ritroverà a scoprire il mondo con i suoi occhi, e dovrà confrontare la realtà con le storie che gli avevano raccontato.

È doloroso, perché significa mettere in discussione se stessi e anche i propri genitori. Ma questo è quello che succede a ogni ragazzo quando diventa adulto.

E quando Celeste troverà davvero gli assassini della madre, e capirà che cosa hanno fatto e perché…

 

Ehi ehi, niente spoiler. Però una cosa devo proprio chiedertela: a un certo punto del libro, non dirò quando e dove, ho avuto la sensazione che insieme a Celeste ci fossi anche tu, Marco, a tifare perché succedesse una certa cosa…

Mi hai beccato, è vero. Ho sempre saputo che doveva succedere quella cosa, per me era importante, fondamentale. Non so se sia stato giusto o meno, chi può dirlo, però ho fatto quello che sentivo. L’unica cosa possibile. E non posso spiegare di più, se no altro che spoiler…

 

Certo, certo. Quindi chiudiamo questa intervista come se fosse un cerchio, tornando al principio. Hai detto che La guerra di Celeste chiude un capitolo e ne apre un altro. Dove porta la tua strada adesso?

Voglio continuare su questo nuovo sentiero che ho scoperto, e scrivere un altro romanzo d’avventura, o storico, insomma un altro romanzo di movimento. E voglio vedere i miei personaggi che fanno delle cose, scelgono, sono vivi. Solo così posso imparare a conoscerli davvero.

Marco Magnone e Davide Morosinotto

Il fiore perduto dello sciamano di K: intervista a Davide Morosinotto

Il fiore perduto dello sciamano di K è l’atteso, nuovo romanzo di Davide Morosinotto: un viaggio con la fantasia che trasporterà il lettori fino in Perù, sulle tracce di un fiore misterioso dai poteri miracolosi. Ecco cosa ci ha raccontato l’autore sui personaggi, la diversità e la scrittura!

Il fiore perduto dello sciamano di K arriva dopo Il rinomato catalogo Walker & Dawn (2016) e La sfolgorante luce di due stelle rosse (2017). I tre libri costituiscono una sorta di trilogia dei fiumi, visto il ruolo centrale del fiume in ogni libro: era la tua intenzione, o è stato casuale?

Il rinomato catalogo Walker & Dawn è stato un libro particolare… detto sinceramente, quando è uscito, ero abbastanza sicuro che non avrebbe mai avuto successo: l’avventura non era un genere “di moda”, avevo paura che il libro fosse troppo lungo e complicato. Quindi non ho detto a nessuno che avevo l’idea di farne addirittura una trilogia. Una trilogia strana, ambientata in tre periodi storici (1904, 1941, 1986) e in luoghi lontanissimi. Ma sempre con storie raccontate dai protagonisti, una grafica un po’ sperimentale, e un fiume al centro della scena. E con qualche personaggio a saltare da un libro all’altro, perché mi piace pensare che tutte le storie del mondo, in fondo, siano collegate fra loro.

A collegare i romanzi abbiamo, appunto, anche due ritorni importanti: un protagonista de Il rinomato catalogo Walker & Dawn appare nel tuo nuovo romanzo ormai adulto, e un personaggio che avevamo già incontrato ne La sfolgorante luce di due stelle rosse vive nel nuovo romanzo un “momento di redenzione”. Com’è stato riprendere in mano due personaggi, e inserirli in una nuova storia?

La sensazione è quella di incontrare un amico d’infanzia, uno di quelli con cui hai condiviso tutto per anni finché poi, per le cose della vita, ti perdi di vista. È divertente, emozionante. E anche spiazzante, perché nel corso degli anni le persone cambiano moltissimo, a volte fai fatica a riconoscere nell’adulto il ragazzo che era. Anche se poi, in realtà, basta scavare un po’ ed è sempre lì. Nel caso de Il fiore perduto dello sciamano di K, due personaggi ritornano per un attimo sulla scena. Uno, di Leningrado, era previsto da molto tempo e aspettavo di incontrarlo. Il secondo, del bayou, è stato invece un’assoluta sorpresa. Me lo sono ritrovato lì in ospedale e ho detto «toh, guarda chi c’è…».

Ma veniamo a Laila ed El Rato, i protagonisti de Il fiore perduto dello sciamano di K: come li presenteresti ai lettori?

Sono la luna e il sole. Laila è la figlia di un diplomatico finlandese a Lima: è cresciuta tra cocktail e ricevimenti, frequenta scuole private d’alto livello, legge moltissimo, ha tutto quello che si potrebbe desiderare. Ma è sempre stata un po’ sola, senza molti amici. E soprattutto all’inizio del libro scopre di avere una malattia rara, dunque è costretta a lasciare tutto e finisce in una clinica. Il suo mondo va in pezzi, anche lei, ma presto scoprirà di avere risorse inaspettate. El Rato invece è peruviano, ed è nato e vissuto nell’ospedale: non ne è mai uscito nemmeno per un giorno. Per questo ha uno status molto speciale. È amico di tutti i dottori e gli altri ragazzi lo considerano il capo del Nido (il reparto pediatrico). È un entusiasta e un sognatore. Ha un suo modo luminoso di affrontare la vita. È anche uno che racconta bugie a ripetizione. A tutti gli altri, ma soprattutto a se stesso. Laila lo aiuterà a fare i conti con i suoi segreti.

Un tema molto forte e sviluppato nel romanzo è sicuramente quello della diversità, anche partendo da Laila ed El Rato. I due ragazzi non potrebbero essere più distanti (lei figlia di un diplomatico finlandese, lui orfano e privo di mezzi), ma vivere un’avventura insieme li unisce, portandoli a superare le loro differenze. Era qualcosa che ci tenevi a raccontare, pensando anche al particolare momento storico che stiamo vivendo?

No, assolutamente. Io odio i libri che vogliono mandarti un messaggio. Per quello esiste WhatsApp, che è molto più veloce e anche più onesto. A me interessava solo conoscere la storia di Laila ed El Rato. In particolare, ero curioso (sarebbe più giusto dire: spaventato) di sapere se questa strana coppia sarebbe riuscita ad arrivare in fondo al viaggio, e cosa sarebbe successo lì. Perché non ne avevo davvero idea. Più mi avvicinavo al momento, più avevo paura che il mio libro non avrebbe mai trovato una fine e si sarebbe distrutto come un castello di carte. Tutto qui. Poi, le storie hanno questa caratteristica, di parlare sempre di “qualcosa”. Spingono a farsi delle domande. Ma le risposte, quelle devono darsele i lettori.

Abbiamo parlato di avventura, e il Fiore Perduto è senza dubbio un romanzo di avventura nel senso più classico del termine. Pensando anche a te stesso quando eri un giovane lettore, riesci a ricostruire un percorso che ti ha portato dal leggere di avventura (magari citando qualche titolo favorito…) a scriverne? Quanto ti hanno influenzato – e ti influenzano – le tue letture?

I miei genitori sono fortissimi lettori: a casa nostra i libri sono sempre stati considerati una cosa importante. C’erano delle regole ben precise. Ad esempio, il fatto che i libri andavano trattati con riguardo, per non rovinarli. E anche se bisognava fare economia su tante cose, in libreria si poteva scegliere senza guardare il prezzo. Il numero di titoli che potevo comprare era comunque limitato… Quindi i miei libri di avventura sono stati soprattutto quelli della collana “Best Seller per i Giovani” di Edizioni Dell’Albero. Una serie degli anni ’60 di mio padre, 350 lire a libro scritto bello grande in copertina. Dentro c’era tutto: Il giro del mondo in 80 giorni e 20.000 leghe sotto i mari, Il vagabondo delle stelle di London, Kim, Taras Bulba di Gogol, L’uomo invisibile di Wells, Piccole Donne, La freccia nera, Gulliver, Joseph Conrad, Le avventure del barone di Münchhausen, Ettore Fieramosca e Il Corsaro Nero. Io leggevo, magari lasciando a metà quelli troppo difficili per me. E l’influenza che hanno avuto… è così profonda che non saprei nemmeno da che parte cominciare a parlarne.

Molti dei nostri (e dei tuoi!) lettori sognano di diventare scrittori: c’è un consiglio, o un suggerimento, che ti senti di dare loro?

Il miglior suggerimento lo ha dato Stephen King, ed è semplicissimo: leggi molto, scrivi molto. Come tutti i suggerimenti semplici, è complicato da mettere in pratica. Richiede impegno e costanza. Ma è come nello sport. Serve allenamento, e se vuoi diventare bravo devi allenarti più degli altri. Quindi, leggi e scrivi tutto il giorno, tutti i giorni. Sì, anche il tuo compleanno. Sì, anche a Natale. Anche perché, cosa c’è di meglio di passare la mattina di Natale a leggere un libro?

Il fiore perduto dello sciamano di K di Davide Morosinotto vi aspetta in libreria!

La bambina giurassica: intervista a Vanna Vinci

La bambina giurassica è il nuovo, strepitoso racconto illustrato di Vanna Vinci.

La bambina giurassica – storia di Vannina, appassionata di dinosauri al punto da farli apparire come per magia nella sua cameretta – ha conquistato i lettori a Mantova. Qui, in occasione del Festivaletteratura, hanno potuto incontrare l’autrice e assistere dal vivo al suo rendere “giurassica” la città con la fantasia e tanta voglia di disegnare. Ecco cosa ci ha raccontato su Vannina, se stessa e i dinosauri quando è passata a trovarci in redazione:

Iniziamo dal principio: com’è nata la tua “bambina giurassica”?

Nasce da una passione personale per i dinosauri che ho sempre avuto, sin da bambina. Volevo fare la paleontologa! Questa passione è rimasta tale, nonostante io abbia fatto altro. Un giorno ho avuto quest’idea di una bambina come Vannina, e dal confronto con la mia editor è nato il progetto che ora è La bambina giurassica.

Tanti lettori si ritroveranno in Vannina: da un lato è una bambina “brava e tranquilla”, dall’altro ha un intero mondo animato all’interno. 

Vannina è una bambina abituata a stare da sola, e che è sì una brava bambina, ma anche una che vive nel mondo dell’invenzione. Credo che sia un dono comune ai bambini, quello di saper inventare e raccontare mondi sempre diversi. È una capacità che si può ritrovare anche negli adulti. Credo anche che i bambini vadano incoraggiati quando manifestano passioni così importanti, anche se sembrano ossessioni.

Dobbiamo chiedertelo: perchè la parola magica pronunciata da Vannina è “ossobuco”?

Devo ammetterlo: non è stata una mia idea! Devo tutto alla mia editor, ed è un’ulteriore prova di quanto un libro non sia solo frutto del lavoro dell’autore ma anche di chi lo circonda. Non è divertente pensare che abbia scelto questa parola, essendo lei vegetariana?

Nel tuo racconto esplori tante delle paure dei bambini: il buio, il dentista, la piscina, il sentirsi fuori posto a una festa… È impossibile non ritrovarsi anche da adulti, e ci chiediamo: quanto delle tue esperienze è finito tra le pagine?

Sicuramente ho sempre avuto paura del buio. Del dentista anche! Non ho mai avuto paura dell’acqua, ma posso capire chi l’ha provata. Mi piaceva l’idea che il racconto potesse aiutare i bambini a affrontare le proprie paura, e avedere che, in realtà, non c’è da aver paura. In fondo, se ce la fa un tirannosauro, puoi farcela anche tu!

Per Vannina i suoi amici dinosauri sono una “coperta di Linus”: e la tua invece, qual è stata?

Non credo di averla ancora trovata! Parlando di Vannina, sicuramente nel racconto troviamo il suo percorso di crescita. Riesce a fare cose che prima la spaventavano, anche grazie al sostegno dei dinosauri, e a sentirsi meno sola. Vorrei che questo messaggio arrivasse, ai bambini. Vorrei che non si sentissero strambi o meno speciali solo perchè apprezzano cose diverse dai loro compagni. Vorrei anche che credessero fermamente nei loro sogni, e nei loro mondi d’invenzione.

La bambina giurassica di Vanna Vinci è in libreria!

Il mondo contro: intervista a Jacopo Olivieri

IL MONDO CONTRO di Jacopo Olivieri è nato da Ce l’hai una storia?, un contest per ragazzi e ragazze sotto i 18 anni per selezionare la migliore idea narrativa per un libro. Martina Gerenich, vincitrice della seconda edizione, è stata premiata da una giuria di esperti, e il 3 settembre la sua storia sarà in libreria. Abbiamo intervistato l’autore per scoprire qualcosa di più!

 

IL MONDO CONTRO nasce da un’idea di Martina Gerenich: com’è stato prendere quest’idea e trasformarla in un romanzo?

È sempre stimolante doversi impegnare sull’idea di qualcun altro, perché si crea una specie di gara tra la propria immaginazione e la necessità di restare fedeli al soggetto di base. Nei casi fortunati, ne nasce una specie di cortocircuito creativo che genera cose inaspettate, sviluppi di trama che altrimenti io non avrei mai inventato, motivo per cui ringrazio Martina per avermene dato l’occasione. Ed estendo anche a Chiara Pullici di Mondadori e a Barbara Gozzi e Alessandro Gatti di Book on a Tree, che hanno contribuito in dosi tutt’altro che indifferenti all’ispirazione iniziale del romanzo!

Quella di Sara è una battaglia per salvare un angolo verde, per lei molto speciale, dall’ennesima colata di cemento. Non si tratta solo di salvare delle piante, ma anche di salvare un luogo legato a molti ricordi. Hai anche tu un luogo così, a cui ti senti particolarmente legato?

Forse di più un tempo, da ragazzo. Credo che man mano che si cresce, anche la concezione degli spazi cambi con noi. Per me di sicuro è così. Adesso i miei luoghi favoriti sono soprattutto interni, mentali. Ricordi più o meno intensi o addirittura luoghi immaginari. Quanto all’esterno, sono più attratto da posti sempre nuovi. L’idea stessa di viaggiare, quando mi è possibile, con l’aspettativa di farmi colpire da luoghi che prima non conoscevo: è questa la mia “comfort zone”.

Qual è il tuo rapporto con il verde e la natura? Anche tu, come Sara, trovi pace e serenità in quel contesto?

Assolutamente sì! Vagare senza meta per boschi, campi e grotte ha sempre un effetto rilassante su di me, oltre a stimolare la curiosità sul mondo naturale che ha sempre fatto parte di me. Fin da piccolo potevo stare immobile delle ore a osservare le salamandre in uno stagno. Anche se devo dire che mi piacciono molto anche i contesti urbani. Amo gironzolare a casaccio per le città, nella mia e in quelle che mi ritrovo a visitare. E non parlo solo di visitare piazze, monumenti e musei. Mi piace ficcare il naso anche nei posti che ne Il mondo contro descrivo come squallidi, se non addirittura minacciosi. Un edificio fatiscente, una struttura abbandonata, un cantiere aperto sono per me un richiamo irresistibile… Oltre che una fonte di ispirazione!

Sara vive nel futuro, e questo rende la tecnologia a sua disposizione più avanzata rispetto a quella a cui siamo abituati: hai dato sfogo alla tua fantasia, divertendoti a immaginare “il domani”, o ti sei ispirato a strumenti e programmi che già utilizziamo, magari sviluppandoli in modo creativo?

Un po’ entrambe le cose. Fin da ragazzino ho sempre amato la fantascienza in tutte le sue declinazioni. L’occasione di fare mie certe trovate tipiche del genere in voga negli anni ’90, il cyberpunk, è stata irresistibile. Tanto più che, essendo il mondo di Sara di pochissimi anni più avanti rispetto al presente, la sfida da affrontare era molto “delicata”. Si trattava di essere futuribili, ma al contempo restare credibili. Infatti, con l’unica eccezione dello psy-pod, l’unico ritrovato tecnologico assolutamente inventato (e abbastanza improbabile, almeno per ora), ogni altra innovazione presente nel libro o è l’evoluzione di congegni già esistenti, o addirittura già c’è. Magari solo come prototipo, ma esiste.

Dev’essere stato interessantissimo!

Addirittura, a volte mentre scrivevo mi è capitato di immaginare certe invenzioni che sarebbero state perfette per una data scena, e di andare subito a verificare per scoprire che sì, in effetti c’erano. O almeno, c’era chi le stava teorizzando per davvero. L’importante in questo caso è stato creare un futuro prossimo che a orecchio fosse più “avanti”, ma che restasse riconoscibile ai lettori. Cambiano gli strumenti, ma non l’uso che se ne fa. Ovviamente la fantasia c’è eccome, soprattutto nel dare nomi “fashion” agli apparecchi (e alle app); ma soprattutto nel supporre quali potrebbero essere il loro aspetto e l’impiego nel quotidiano a venire.

Quale messaggio vorresti arrivasse ai lettori de IL MONDO CONTRO?

Non certo un messaggio “morale”. Il bene e il male assoluti sono solo concetti. Il libro è volutamente ambiguo nel trattare certi temi, che cambiano a seconda di come vengono vissuti dalla protagonista. Invece, come prima cosa vorrei che arrivasse il messaggio ecologico, visto che mai come adesso la tutela dell’ambiente è di importanza cruciale. Ormai, ci piaccia o no ammetterlo, ci troviamo in uno stato di emergenza planetaria.

E poi c’ il rapporto uomo-tecnologia.

Certo! L’altra cosa, che nel romanzo è trattata in maniera più esplicita (almeno spero!) è guardarsi dall’uso smodato non tanto della tecnologia in quanto tale, ma della sua parte più seducente, quella ludica. Che è poi quella che alla lunga può risultare estraniante e davvero pericolosa. Soprattutto per chi ne fa un uso talmente massiccio da diventarne dipendente senza neanche rendersene conto. Questo non succede solo ai ragazzi, perché anche gli adulti che magari li contestano ne sono a loro volta schiavi. Il rischio vale per i singoli, ma ancora più preoccupanti sono i suoi effetti di massa. Il romanzo affronta, seppure alla leggera, temi come le fake news, l’assuefazione ai social e la manipolazione occulta a cui si può venire esposti tramite loro.

 

IL MONDO CONTRO di Jacopo Olivieri vi aspetta in libreria dal 3 settembre.

La mia estate indaco: Manlio Castagna intervista Marco Magnone sul suo nuovo romanzo!

Lo abbiamo aspettato tanto, ed è finalmente il libreria: La mia estate indaco, romanzo d’esordio di Marco Magnone, esce oggi!

Per l’occasione, abbiamo voluto che a intervistare Marco Magnone sul suo romanzo fosse un altro autore amatissimo dai lettori italiani: Manlio Castagna (Petrademone. Il libro delle porte, Petrademone. La terra del non ritorno)!

Ho sempre amato la definizione che François Truffaut, regista simbolo della nouvelle vague francese, dava di adolescenza: “un brutto quarto d’ora da passare”. Sembra che anche per Viola e Indaco non sia proprio una passeggiata questo periodo della loro vita. Paura, vergogna, le insidie del bullismo, l’invisibilità. Cosa ne pensi?

Che è proprio così! L’adolescenza è la stagione più affascinante, e terribile e decisiva che ognuno di noi possa vivere. Affascinante perché durante quest’età tutte le strade sono aperte. Sai ancora ben poco di te e di com’è fatto il mondo là fuori, tuttavia hai una voglia matta di uscire a scoprirlo, e di farlo in fretta. Terribile perché gli ostacoli che incontri piccoli o grandi che siano a te sembreranno giganteschi. Non riconosci vie di mezzo, tutto è assoluto, nel bene e nel male, o grandi vittorie o rovinose sconfitte. Decisiva perché alla fine le scelte che compirai, il modo in cui reagirai davanti a quegli ostacoli apparentemente insormontabili, ti aiuteranno a mettere a fuoco chi sei davvero. O chi potresti diventare appena passato questo brutto quarto d’ora.

Viola e Indaco: nomi, tonalità cromatiche, sfumature di emozioni. Come hai costruito la tavolozza di colori del tuo romanzo? Hai dipinto la storia avendo già in mente un disegno o sei salito sullo scooter dei tuoi personaggi lasciandoti condurre da loro?

Tutto è iniziato da un’immagine che poco più di un anno fa ha iniziato a ronzarmi in testa: una ragazza e un ragazzo girano per un centro commerciale di provincia. Lei non ha idea del perché lui l’abbia portata lì, lo scopre solo quando il ragazzo le fa scivolare qualcosa in tasca, quindi scappa via. Lei allora che fa, lo segue? Perché? Chi è quella ragazza? E lui? Perché l’ha portata lì? Che c’è tra loro? Da quella scena ho iniziato a farmi domande del genere, fin quando mi sono ritrovato tra le mani la storia di Viola e Indaco. Due ragazzi in cerca di qualcosa che potrebbero aver perso, o non avere mai avuto; due ragazzi che cercano di abitare le contraddizioni delle proprie vite un po’ come i colori dei nomi che portano: mescolando malinconia e calore, illusioni e disillusioni.

Nei ringraziamenti scrivi che il tuo agente “Non ha mai conosciuto una tredicenne come te”, a voler dire (e io confermo assolutamente) che hai scritto il libro dal punto di vista di una ragazzina con una autenticità sorprendente. Come hai lavorato su Viola per renderla così credibile e tridimensionale?

Era una sfida con cui volevo mettermi alla prova da tempo! Per prima cosa ho studiato moltissime storie con grandi protagoniste. Penso a romanzi come Ferma così di Nina LaCour, La figlia del guardiano di Jerry Spinelli o Ti darò il sole di Jandy Nelson. Ma penso anche a serie Tv come The End of the F***ing World o a film come Lady Bird. Poi ho iniziato a chiedermi che tipo fosse Viola. Ma per scoprirlo davvero, dovevo gettarla nella storia.

La musica si muove attraverso le parole di La mia estate indaco e i riferimenti a gruppi, canzoni, cantanti sono importanti. Qual è stata la tua playlist di sottofondo alla scrittura? E quale canzone per te potrebbe essere la colonna sonora ideale della storia di Indaco e Viola?

Questa è facile: la playlist che ho ascoltato a ripetizione scrivendo è quella di Skam Italia. È una serie Tv che amo per le atmosfere e la capacità di raccontare la realtà dell’adolescenza così com’è. Senza paure né stereotipi. La canzone di Viola e Indaco invece potrebbe essere Palisades Park dei Counting Crowns, una delle mie preferite in assoluto.

Come si passa da una saga distopica e adrenalinica come Berlin, alle capriole emotive dell’estate di provincia di La mia estate indaco?

Dopo l’incredibile avventura di Berlin avevo voglia di confrontarmi con qualcosa di completamente diverso. Una storia ambientata in Italia, al giorno d’oggi, completamente realistica. Questo perché scrivere storie credo abbia anche a che fare con l’esplorare noi stessi come scrittori, le nostre attitudini, i nostri limiti. Per questo sono molto curioso di raccogliere le prime impressioni!

Stephen King ha scritto ne Il corpo (diventato poi il capolavoro cinematografico Stand by Me) che l’amore adolescenziale ha i denti. Denti che mordono con morsi che non guariscono mai. Quella dei tuoi protagonisti è soprattutto una poetica storia d’amore. E anche il loro è un amore che azzanna?

Assolutamente! La storia che vivono ha denti molto affilati. Denti che lasciano segni difficili da dimenticare, dolorosi ma allo stesso tempo necessari. Perché come scrive King proprio in quel racconto – che secondo me è il suo capolavoro assoluto – “le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto”.